ATHEN…tion!… clik!

Era il 1986.Nottingham, Gran Bretagna.

Il mio primo click ad un campionato del mondo.

Mi chiese di farlo Donato Martucci, il “ signore”  del giornalismo sportivo in Italia e direttore della rivista “ il Canottaggio”. Ero giovane, allenavo alla Sisport FIAT.Torta, Gainotti, Longhin, Pantano . Quattro senza pesi leggeri.

Fu primo al traguardo, braccia tese,  sguardo al cielo. Click.

Doppio senior, Pescialli e Belgeri  allenati da Giuseppe Polti. Campioni del mondo davanti ai mostri sacri. Scattai più volte.

Fermai in una immagine la gioia di Fabrizio Ravasi, Andrea  Re & Co. Iridata conferma dell’ammiraglia pesi leggeri allenata da Giovanni Postiglione. L’otto leggero azzurro sarà sette volte di fila sul podio più alto superando i già mitici Esposito e Verroca, campioni del mondo in doppio dal 1980 al 1985.

E poi, ancora, con Pasquale Aiese e Marco Romano. Due senza senior. Sul podio sulla punta dei piedi per non apparire troppo bassi. Andrea Coppola il loro tecnico ci rimise i suoi baffi per quell’argento!

Erano felici posillipini.

Fu contento il partenopeo Donato Martucci. Anche delle mie foto. Da  quel momento ho cominciato a collaborare con l’ufficio stampa.

Era l’era di Thor Nilsen, coadiuvato da De Capua e Postiglione. Il norvegese voluto  alla guida del remo italiano da Paolo d’Aloja.

I fratelli Abbagnale e lo zio, dott. La Mura avevano  già vinto a Los Angeles nel 1984 la loro 1a Olimpiade  guidati dal folletto “Peppiniello Di Capua” e già  Redgrave tentava l’attacco dei loro primati insieme al compagno Holmes.

C’era ancora la DDR, i gemelli Landvoigt terminavano la loro eccezionale carriera nel due senza sotto gli occhi, poco sobri, dei fratelli  dell’URSS, Yuri e Nicolaj Pimenov.

I Giochi di Seoul li ho guardati alla TV insieme  agli amici stabiesi, nel loro circolo. Quella sera eravamo in tanti, ospiti di Pasquale Gaeta e del non dimenticato Geppino Cesarano.

Fu l’apoteosi!

Prima il due con: “ Non li prendono più. “ . I fratelloni d’Italia resero gloria anche a Giampiero Galeazzi, poi, Agostino. Il terzo della stirpe. Insieme a Davide Tizzano, Gianluca Farina e Piero Poli dominarono la specialità del quattro di coppia, da sempre egemonia tedesca.

Due ori olimpici; non era mai accaduto!

Tre uomini in barca. Sono di Pompei.

Gli Abbagnale sono cresciuti, son diventati tre. Ma dura poco. L’impeto naturale di Agostino viene frenato da una tromboflebite. Giuseppe La mura,(‘o dottore) intanto difendeva con veemenza le sue teorie.

I fratelloni a Bled nel 1989 vincono ancora una volta. Ci sono anch’io pronto allo scatto. Peppe, leva le braccia al cielo, piange di gioia. E… non è finita.

Nuovi giovani emergono.

Filippo Soffici, nipote del noto pittore Ardengo divide il quattro di coppia con Calabrese, Tizzano e Farina. Ingoiano amaro un argento dopo un finale al cardiopalma con l’Olanda che, per un soffio, vince.

L’anno prima, a Milano, Filippo aveva vinto il mondiale junior con il suo singolo, un Filippi. Nello stesso giorno  Matthew Pinsent si affermava nel due senza mettendosi al servizio di Sir Steve Redgrave. Insieme vinceranno ai Giochi di Barcellona e Atlanta. Il due senza fu il loro regno.

Intanto crolla il muro di Berlino. Resisteva dal 1961. Ero appena nato.

Con il muro crolla anche la Repubblica Democratica Tedesca.

Nel 1990 a Lake Barrington, in Tasmania fa la sua ultima apparizione nel candore della rigorosissima maglia bianca con il compasso e il martello ricamati in oro sul tricolore in diagonale.

Il due senza ed il quattro senza furono le ultime due  vittorie  iridate di una storia remiera da leggenda.

Poi,  cani  sciolti.  Atleti e tecnici. Il dott. Thomas Lange passa alla RFA.

Thor Nilsen chiude un decennio non privo di amarezze con i dirigenti italiani  e Theo Koerner viene ingaggiato dalla FIC. Serafico, tranquillo, con un palmares invidiabile con la DDR, addirittura più umano del glaciale norvegese.

Si cambia.Metodo e stile.

Arrivano dall’America le nuove pale a losanga. Si mettono a registro nel raduno estivo  di Vernago in trentino.

Al sud La Mura fa lo stesso con i nipoti, fanno fatica.

È l’anno olimpico. Barcellona si prepara  per la sua festa.

Citius, Altius, Fortius.

Gaudì…us, fu l’Olimpiade della cultura Catalana.

Umana. Solo un po’ lontana. I canottieri erano in un villaggetto a Banyoles.

A 120  kilometri. Un  mondiale con i cinque cerhi. Per me la prima Olimpiade.

Da fotografo. Come atleta non avrei mai potuto! Scattavo, ad un palmo da terra. Mi sentivo nell’ombelico del mondo. Ero felice. C’era anche Gabriella, mia futura moglie.

Caldo torrido, campo di gara perfetto. Sir Steve Redgrave suggellò il dominio nel due senza,  Thomas Lange in chiave occidentale mise in fila Vaclav Chalupa, che, oltre al secondo posto, poteva vantare di una folta chioma, ed il biondo polacco Broniewski.

Carmine e Giuseppe Abbagnale e il loro fido timoniere Peppino di Capua si dovettero chinare alla freschezza atletica dei britannici Greg e Jonathan Searle. Con il loro timoniere Garry Herbert, raccolti in un unico abbraccio raccolsero le ovazioni del pubblico al quale avevano regalato un finale  emozionante.

Conservo ancora quell’istante.

Nel quattro di coppia la Germania, ormai unica, riprendeva le redini e relegava l’Italia di  Soffici , Galtarossa, Corona e Farina alla medaglia di bronzo nel quadruplo.

Argento per i norvegesi  guidati dal saggio Alf Hansen pluricampione in doppio con il fratello Frank.  Unico equipaggio ad usare ancora i remi in legno con pala macon.

La vittoria dell’otto canadese guidato da Derek Porter per 14 centesimi su Romania e Germania chiudeva l’avventura  in terra di Spagna.

E così, dopo appena due anni si chiude anche la direzione  tecnica del tedesco Koerner.

Siamo nel 1993.

Gianantonio Romanini affida a Giuseppe La Mura la guida della squadra nazionale.

‘O dottore.

Il suo programma non è facile da digerire. Gli atleti fanno fatica  ma hanno fiducia.

Ai mondiali di Roudnice, quell’anno, gli Abbagnale tentano la rivincita sui Searle ma nulla possono.

Si chiude un ciclo. L’oro. Loro che  sono stati  la guida del remo nazionale, l’esempio da seguire per generazioni di canottieri, dovettero cedere lo scettro. La squadra cresce. Lavora. Si  scontra con le nuove teorie.

Intanto nascono nuovi equipaggi.

Il 4 di coppia ed il 4 senza di Mornati, Leonardo, Dei Rossi, Molea.

Li ripresi ad Indianapolis.

Una “magnifique machine” la definirono i tecnici francesi  a Tampere nel 95  quando salirono sul podio più alto. Il remo italiano  navigò nell’oro, quell’anno. Esaurii tutta la scorta di pellicole.

4x, 2+, 4-,2- pl, 4-pl, dieci barche qualificate per le Olimpiadi. Le aspettative per i Giochi di Atlanta crebbero.

Agostino Abbagnale ritornò ai remi. Tirò in barca pure Davide Tizzano che intanto aveva regatato sul Moro di Venezia in Coppa America.

Otto anni di  pausa per un nuovo oro olimpico. Quello del centenario.

De Coubertin le avrebbe assegnate di diritto ad Atene. La Coca Cola le volle ad Atlanta.

Lo vinsero nel doppio. Con il cuore, e con il vento nelle braccia. Ad Agostino mancava il fratello Giuseppe, fuori dai Giochi pochi giorni prima della partenza. A Davide mancava la corona d’alloro lasciata a Seoul. La ritrovò.

L’unica medaglia tra sei barche in finale. Plauso e delusione. Le polemiche furono il pane post olimpico.

La Mura si dimise. Poi, ricominciò.

Chiamò alla sua corte anche uno psicologo. Donna. Paola Lausdei.

Si lavorò. Sodo.

Per ancora quattro, lunghi, anni. Il ritmo dei Giochi Olimpici.

Sydney. Sarebbe stato bellissimo, ma le finanze federali non consentivano la presenza del fotografo.

Click! Salutai la squadra con un servizio fatto a Piediluco alla fine del raduno.

La “Croce del Sud” ammiro’ l’Italia del remo applaudendo.

I cavalieri delle acque Raineri, Galtarossa, Sartori, Abbagnale.

Terzo oro olimpico per il terzo “fratellone”.

Luini  e Pettinari argento.

… pochi  trovano  senza  la  fatica  la  gioia

che  più  di  ogni  altra  cosa  dà  luce  alla  vita.

Così canta Pindaro nella decima Olimpica cominciando a raccontare le origini delle olimpiadi. Perché lo sforzo sportivo, portava per gli antichi greci, quasi ad un’estasi mistica, ad un’illuminazione che apriva l’umano al divino.

Divino: Steve Redgrave;  come fa la chioccia coi pulcini, pose sotto le sue ali  Matthew Pinsent, James Craknell, Timoty Forster e  si fece guidare verso il suo quinto oro olimpico.

La leggenda.

A consegnare alla storia il potente armo d’oltre Manica furono i nostri eroi:

Carlo Mornati, Lorenzo Carboncini, Riccardo Dei Rossi, Valter Molea. Fra il tripudio dei ventimila spettatori a 26 centesimi. Grandissimi!

Come tutto il movimento remiero italiano. Pochi ma buoni.

Poi ancora quattro, lunghi, anni. Il ritmo dei Giochi Olimpici.

Si lavora sodo. Passando per Lucerna, Siviglia, Milano.

Riprendo la mia Nikon, seguo di nuovo tutti gli appuntamenti. La pellicola intanto è diventata obsoleta. Mi converto alla fotografia digitale e provo a nutrire con le immagini il sito federale.

Svizzera, Spagna, Italia. In attesa  di sbarcare in Grecia, kalimera!

Atene. L’Olimpiade!

Come la prima dell’era moderna, nel 1896.

Come quella cantata da Pindaro.

Sport e tragedia. Greca naturalmente.

Il velocista Kenteris, come un bambino, si inventa un banale incidente per coprire le sue marachelle. Sospetto doping!

Fuori dai giochi prima ancora che la  fiaccola del fuoco olimpico, simbolo della moderna tecnologia, si inchini  finalmente all’uomo!

In ginocchio anche la Grecia, il suo popolo, offeso, mortificato, macchiato nella purezza dello spirito olimpico per cui Gianna Angelopulos, presidente dell’AthOC volle fortemente i giochi nell’Attica. Là, dove soffia forte il meltemi, fresco vento estivo.

Si temeva per il bacino di Schinias, a poche centinaia di metri dal punto in cui Filippide mosse i primi passi verso Atene. Quarantaduechilometricentonovantacinquemetri stremato al suolo annunciò la vittoria sui persiani. Correva forte. Come ha fatto Baldini, fino alla fine nello storico Panathinaiko.

Anche i canottieri a Schinias hanno tirato fino alla fine, hanno dato tutto, si sono svuotati di ogni energia. Lo hanno fatto con orgoglio e generosità portando a casa tre bronzi. In qualche altra federazione avrebbero fatto i salti di gioia.

Noi, torniamo a casa con lo stesso spirito di chi segue un funerale. Facendo credere a chi è arrivato “solo” terzo di avere fallito l’obiettivo.

Pronti a puntare il dito. Il pollice, verso.

Come nella migliore tradizione  per condannare chi ha sbagliato.

Come se fosse facile, scontato, matematico.

Allenare è un’arte. Comunicare, anche!

Le aspettative è vero, erano elevate. Ce le siamo create, dentro di noi, da buoni spettatori di parte. Senza prendere in considerazione quelle degli altri. Se

errori ci sono stati analizziamoli, serenamente, continuando come sappiamo fare a produrre nuove leve per nuovi successi. Intanto un plauso a tutti.

mimmo  perna


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